Fortuna, Silvestro e gli altri. Per non dimenticare

fortuna-2 Non poteva avere destino più beffardo la piccola Fortuna di Caivano, di fortunato la sua vita non ha avuto proprio nulla. Sfortunata ad essere nata in quella famiglia, con dei genitori che passano la vita tra reati e indifferenza. Sfortunata ad essere nata in quel contesto socio-culturale, dove i bambini vengono messi al mondo solo perché degli adulti si accoppiano e non hanno alcun diritto, sono degli oggetti di cui disporre a seconda degli usi, come neanche gli animali, almeno questi mostrano un istinto di protezione verso i piccoli. Sfortunata ad essere nata in quel quartiere, uno dei tanti degradati della periferia di Napoli, dove il degrado non è la colpa ma contribuisce a creare situazioni come questa, perché figlia del degrado è per esempio l’omertà e l’indifferenza a tutto e a tutti, che sono forse le principali cause di questa orribile vicenda. Indifferenza ed omertà che molti dicono essere i mali dei nostri giorni ma che a Napoli assumono dimensioni gigantesche. A Napoli tutti sanno tutto, perché si parla con il vicino, si vive in strada e ognuno si fa i fatti degli altri. Quindi sicuramente tutti sapevano che lì c’era un orco che violentava i bambini, come del resto sta venendo fuori dalle indagini, grazie anche alle intercettazioni ambientali. Pochi giorni dopo quel tremendo assassinio, l’inviato della trasmissione “Chi l’ha visto”, intervistava un’anziano signore seduto davanti al palazzo, il quale diceva “‘a piccerella l’hanna vuttata abbasce“. I genitori della piccola non potevano non sapere. Semplicemente è prevalsa l’indifferenza. Come spiegare altrimenti che il papà di Antonio Giglio, l’altro sfortunato bambino precipitato anch’egli a soli 3 anni da quel maledetto appartamento, sia andato per la prima volta al cimitero da suo figlio dopo soltanto tre anni dalla morte? Ma il caso di Fortuna non è purtroppo isolato. Esso riporta alla  mente almeno altri due casi agghiaccianti accaduti in quella sfortunata terra. Sembra passato un secolo e nessuno più ne parla ma sono accaduti soltanto due decenni fa. Silvestro Delle Cave era un bambino di soli 8 anni quando l’8 novembre 1997 sparisce nel nulla a Roccarainola. Dopo una settimana vengono fermati dai Carabinieri tre persone. Andrea Allocca, pensionato settantenne, suo genero, Pio Trocchia, e il cognato di quest’ultimo Gregorio Sommese. Messi sotto torchio, i tre confessano e fanno emergere un quadro terrificante. Silvestro veniva violentato a turno da tutti e tre quasi ogni giorno, in cambio di pochi spiccioli per i videogiochi e qualche caramella. Tutto era iniziato con uno scherzo. Silvestro si divertiva a suonare i campanelli delle case e scappare. Sua sfortuna è stata di suonare al campanello sbagliato, quello di Andrea Allocca, il quale lo insegue inveendo contro di lui. Il bambino allora impaurito si mette a piangere e si blocca. Allocca, con la scusa di perdonarlo, lo porta a casa sua. E’ l’inizio dell’inferno. Un giorno però Silvestro dice basta e minaccia di raccontare tutto a suo padre. E’ la sua condanna a morte. Gli danno una bastonata in testa, lo fanno a pezzi con una roncola e lo bruciano. Questo almeno racconteranno i tre agli inquirenti. Invece, i resti del piccolo verranno trovati in una valigia soltanto otto anni dopo, il 12 aprile 2005, in una casa a poca distanza dal luogo dell’omicidio, durante i lavori di ristrutturazione. Tutti condannati, Allocca muore in carcere qualche mese dopo, Trocchia deve scontare un ergastolo mentre Sommese viene condannato a 9 anni, che sono già passati, ed oggi è un uomo libero. Sempre nel 1997 viene alla luce un altro fatto, forse il più terrificante. Tre bambini, tra i 5 e i 7 anni, vengono violentati dai bidelli ed altre persone in una scuola del rione dei Poverelli a Torre Annunziata. Il racconto che ne emerge farebbe impallidire il regista di un film horror. I bambini vengono ubriacati e drogati e incatenati a dei pannelli. Le violenze vengono inoltre riprese da un fotografo per la produzione di materiale pedo-pornografico. Finché uno dei bambini si confida con la madre, che già aveva notato dei strani segni alle caviglie e ai polsi. Così viene fatta denuncia e parte l’indagine. Non senza ostacoli, all’inizio anzi fu subito archiviata dai magistrati per insufficienza di prove. Ma, grazie alla tenacia della donna, a cui se ne aggiungeranno altre due, e ai Carabinieri, viene fuori tutta la vicenda e si individuano i responsabili. Pasquale Sansone, bidello della scuola, e Michele Falanga, titolare di un bar, vengono condannati rispettivamente a 15 e 13 anni, pena che non riescono a scontare perché scarcerati per decorrenza dei termini ma che poi hanno scontato veramente essendo stati uccisi in due diversi agguati a pochi giorni dalla scarcerazione. Dopo sette anni, nel 2004, arrivano altre dieci condanne definitive, tra le quali quelle di quattro donne, con pene da 2 a 11 anni di reclusione. Ma la storia ancora non era finita, mancava ancora un tragico epilogo. Nel marzo dello stesso anno, Matilde Sorrentino, una delle madri coraggio che aveva denunciato, viene barbaramente uccisa sull’uscio di casa da un delinquente che le sparava in faccia. Costui era uscito dal carcere appena un mese prima, dopo aver scontato una pena a nove anni per un altro omicidio. Matilde doveva essere punita per aver avuto il coraggio di denunciare. L’esecutore, Alfredo Gallo, è stato condannato all’ergastolo.

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