Morto Ciro Cirillo ma sulla sua vicenda si continua a non dire la verità

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Il feretro varca l’ingresso della chiesa dei Carmelitani Scalzi a Torre del Greco in un torrido pomeriggio di luglio sotto lo sguardo di cittadini ed esponenti politici locali. Ciro Cirillo, novantasei anni, se ne va e con lui una delle pagine più buie della storia italiana. Sequestrato dalle Br nel 1981, fu liberato dopo tre mesi grazie ad una trattativa tra lo Stato (la Dc) e Raffaele Cutolo, capo della Nco (Nuova Camorra Organizzata), attraverso i Servizi Segreti, destino ben diverso da quello di Aldo Moro che fu invece abbandonato tre anni prima nelle mani dei terroristi. A tributargli l’ultimo saluto non c’erano i big del partito di allora (Ciriaco De Mita e Paolo Cirino Pomicino) nè di oggi, solo amministratori locali e gente comune. Tra i volti più noti, c’erano gli ex sindaci della città vesuviana Polese, Del Giudice, Ciavolino, c’era Aniello Formisano, ex deputato dell’IdV ed ora con Mdp-articolo1 mentre in rappresentanza del comune c’era il vicesindaco Romina Stilo con il gonfalone.

Ciro Cirillo se n’è andato ma nonostante siano ormai passati 35 anni da quei fatti, molti protagonisti non ci sono più e in mezzo una verità giudiziaria, ancora non si ha il coraggio di dire la verità all’opinione pubblica e ancora si nega l’evidenza. Lo fa Angelo Gava, figlio di Antonio, il potente ras della Dc campana e uno dei fondatori della corrente dorotea, di cui Cirillo era fedelissimo. Angelo Gava, unico presente al funerale, incalzato dalle domande dei giornalisti, risponde, un pò piccato: “E’ stato vittima del terrorismo, lasciamolo in pace, se n’è parlato un milione di volte, sono stati fatti processi, tutti assolti. Si sono fatte ottomila cause, non resta più nulla da chiarire“. E sull’intermediazione del capo della camorra: “Non diciamo fesserie, non si è chiesta l’intermediazione di Cutolo e Cutolo non è mai intervenuto, che i servizi segreti abbiano tentato tutte le vie è normale, con Moro le Brigate Rosse non hanno voluto trattare“.

Gli fa eco Paolo Cirino Pomicino che, dalle colonne di Repubblica, dice: “Ma no, ma quale trattativa! I contatti con la malavita ci furono ma solo per trovare indizi. Tutto quello che si doveva dire è stato detto e il chiacchiericcio di questi anni lascia il tempo che trova“.

Dunque sulla vicenda si continua a mentire, a mantenere quella coltre di mistero tipica della prima Repubblica. Mi viene in mente l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il famoso “picconatore”, dava picconate a tutti ma non ha mai contribuito a far luce sui tanti misteri italiani avvenuti in anni in cui lui era ai vertici dello Stato (per inciso, ai tempi del rapimento di Moro, presidente del suo partito, Cossiga era Ministro dell’Interno). Lo stesso Cirillo, in vita, ha sempre negato la trattativa, salvo poi annunciarla – nel corso di un’intervista a Repubblica agli inizi nel 2001 – in un memoriale che sarebbe stato svelato dopo la sua morte ma di cui poco dopo ne smentì lui stesso l’esistenza. Forse però una verità, l’unica, la disse in quella intervista: “Dopo la mia morte, si vedrà. Ora non voglio farmi sparare – a ottant’anni, poi! – per le cose che dico e che so di quel che è accaduto dentro e intorno al mio sequestro, dopo la mia liberazione“.

Il chiacchiericcio di questi anni, come lo chiama Cirino Pomicino, è in realtà una verità accertata sia dai tribunali che dalla commissione parlamentare antimafia. Lo ricorda direttamente Carlo Alemi, il magistrato napoletano che si è occupato del caso e che per questo è stato pesantemente attaccato dalla Dc. In un’intervista all’Espresso nel 2016, in risposta alle affermazioni dello stesso Cirillo che escludeva la trattativa, il giudice disse: “Mi sembra incredibile che il dottor Cirillo abbia fatto quelle affermazioni, le conclusioni della mia istruttoria, secondo cui c’era stata una trattativa con le Br e la Nco, da parte dei massimi esponenti dei Servizi e del Ministero, oltre che di esponenti politici Dc, sono state pienamente confermate oltre che dalla sentenza di appello – confermata in Cassazione – anche dalle due commissioni di inchiesta parlamentare che hanno indagato sulla vicenda“. E, in un’altra intervista rilasciata a Repubblica nel giorno del funerale, il 31 luglio: “Tutto chiaro per me, lo Stato trattò con la camorra e non ci sono dubbi sul fatto che sia intervenuta la camorra“. Negli atti della commissione parlamentare antimafia del 1993, presieduta da Luciano Violante, si legge: “A questo esito (la liberazione di Cirillo, ndr) non si giunge dopo un’efficace opera di intelligence, né dopo una brillante azione di polizia. Vi si giunge dopo trattative condotte da funzionari dello Stato e uomini politici con camorristi e brigatisti. La negoziazione, decisamente smentita nei primi tempi, è oggi riconosciuta senza infingimenti. Il prefetto Parisi e il generale Mei, che allora dirigevano i servizi di sicurezza, hanno esplicitamente riconosciuto, così come ha fatto anche l’onorevole Vincenzo Scotti, che qualcuno trattò con Cutolo e con le BR“. Alle stesse conclusioni era in realtà già arrivato nel 1984 il Comitato parlamentare per i servizi di informazione e sicurezza, presieduto dal senatore Libero Gualtieri, secondo cui la trattativa “sarebbe stata condotta da elementi del SISMI, con gravi deviazioni dai compiti istituzionali“.

Sono gli stessi atti della commissione antimafia a smentire poi sia Angelo Gava che Cirino Pomicino quando dicono un’altra non verità e cioè che Moro non fu liberato perché nel suo caso le Br non vollero trattare.  Nel documento firmato da Violante si legge che: “Tre anni prima, durante il tragico sequestro dell’onorevole Moro, il mondo politico e lo stesso partito dello statista avevano respinto qualsiasi ipotesi di trattativa con i terroristi“.

Restano allora senza risposta tutti gli interrogativi che l’opinione pubblica si è posta in questi anni, quelli che Pomicino derubrica a chiacchiericcio: Perché lo Stato non ha voluto trattare per Moro e lo ha invece fatto per Cirillo rivolgendosi nientemeno che alla camorra? Chi la pagato il riscatto di 1,5 miliardi? Quale è stata la reale contropartita a Cutolo visto che all’apparenza non ha avuto benefici?

Chi potrà mai rispondere a queste domande? Gava è morto, Cirillo è morto, possiamo sperare solo in Cutolo o nel suo fedelissimo ex braccio destro Pasquale Scotti, arrestato dopo 31 anni di latitanza e da un anno diventato collaboratore di giustizia.

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Vaccini, composizione sospetta e prescrizioni disattese. E guai a chi ne parla

vaccini-2La puntata di Report sui vaccini ha finalmente ristabilito la verità. Pur se l’obiettivo principale non era di giudicarne la validità scientifica ma di analizzare i ritardi della farmaco-vigilanza e i soliti conflitti d’interesse tra controllori e controllati, ha dato spazio anche ad alcuni casi reali di possibili effetti avversi, spazio che nessuna trasmissione televisiva aveva finora dato. Nel servizio c’è per esempio una coraggiosa intervista ad Antonietta Gatti, scienziata, che, insieme al marito, Stefano Montanari, da qualche anno ha una posizione critica verso i vaccini. Ma la loro non è un’opinione, è una constatazione basata sulle osservazioni del contenuto di 28 vaccini fatte al microscopio elettronico. In tutti i vaccini analizzati, tranne uno – il Feligen, vaccino per i gatti – hanno osservato la presenza di corpi estranei, costituiti da particelle inquinanti. Nel loro recente libro (Vaccini Si o No, MacroEdizioni, 2015) descrivono minuziosamente quanto hanno osservato. Nel vaccino della meningite hanno trovato alluminio e tungsteno. Nell’ Anatetal, vaccino contro il tetano, hanno riscontrato alluminio, formaldeide, cloro, bario, silicio. Nel vaccino Gardasil, usato contro il papilloma virus HPV, quello di Report, sono stati trovati particelle di bismuto e di piombo. Nel  Vaxigrip, vaccino antinfluenzale, oltre alle sostanze citate, sono stati trovati anche cromo, nichel, titanio. Nell’ Infanrix Hexa, il vaccino esavalente dei bambini, un’alta percentuale di titanio e alluminio. Se c’è un legame tra questi inquinanti e l’autismo non ci sono prove ma è noto che i metalli pesanti sono pericolosi per la salute. Gli autori parlano anche di reazione strana, di negazione, da parte delle aziende produttrici, “ne parlammo con un paio di responsabili di aziende che i vaccini li producono e la reazione fu di negazione del ritrovamento, una reazione in parte ingenua e in parte cinica”. Sull’ Infanrix pesa poi quel documento riservato alla base della sentenza del Tribunale di Milano del settembre 2014 che ha condannato il Ministero della salute a risarcire a vita un bimbo di 9 anni cui è stata accertata la correlazione tra il vaccino e il suo autismo. Secondo un articolo de “La Repubblica” del 25/11/2014, il ministero non si è appellato, rendendo la sentenza definitiva. Ma anche l’EMA, l’Ente Europeo per il controllo dei farmaci, ha chiesto al produttore dell’Infanrix  alcuni chiarimenti in un documento del giugno 2015, denominato Pharmacovigilance Risk Assessment Committee (PRAC). “Il rapporto rischio-beneficio di Infanrix Hexa rimane favorevole” si legge alle pagine 31-32 del rapporto, ma il produttore “dovrebbe presentare all’EMA, entro 60 giorni, una discussione dettagliata sulla crescita recentemente osservata, soprattutto in Repubblica Ceca, dei casi di regressione dello sviluppo psicomotorio. Inoltre dovrebbe discutere se esiste un potenziale meccanismo biologico per un’associazione tra la regressione dello sviluppo psicomotorio e la vaccinazione Infanrix Hexa.  Inoltre, nel prossimo PSUR, dovrebbe fornire alcuni chiarimenti riguardanti eventi riportati di iperpiressia, estesi gonfiori agli arti (ELS), encefalopatia, autismo, malattia di Kawasaki, e l’ apparente evento di rischio per la salute (ALTE)”. Il problema è che dal giugno 2015 i sessanta giorni sono abbondantemente passati e non risulta ci siano stati questi chiarimenti. Il resto verrà chiarito (si spera) nel prossimo PSUR, cioè l’aggiornamento periodico della sicurezza del farmaco, che dovrebbe essere pubblicato nel 2018. Rimane il fatto che il documento riservato del produttore GSK del 2011 e le richieste dell’EMA avvengono molti anni dopo la messa in commercio (nel 2000). Se effettivamente esiste un legame con i disturbi dello spettro autistico, ormai i danni sono stati fatti.

Ma di vaccini non si deve parlare, è un tabù, come ha potuto constatare Report e non solo. Sigfrido Ranucci ha invitato i rappresentanti della medicina tradizionale Roberto Burioni e Walter Ricciardi, presidente del ISS, non ottenendone risposta. E chi si ostina a sollevare dubbi, si brucia. E’ successo appunto a Stefano Montanari, che ha dovuto rinunciare a parlare di vaccini a seguito di quelle che lui ha definito pesanti minacce e a Roberto Gava, Direttore del Servizio di Cardiologia del Poliambulatorio dell’Ospedale di Castelfranco Veneto, che ha subito addirittura la radiazione dall’Ordine dei medici. Ma lo stano atteggiamento di chiusura è riservato a qualsiasi cittadino che, responsabile della salute dei propri figli, prova a fare domande. Recentemente, in occasione della somministrazione come richiamo del vaccino esavalente e del vaccino trivalente a mia figlia, 6 anni, ho scritto più volte all’ASL e al Ministero chiedendo la possibilità di separare le due dosi, a distanza anche di una settimana, una forma di precauzione per evitare l’inevitabile “bombardamento”. Del resto lo stesso materiale informativo consegnato dall’ASL prima delle vaccinazioni parla, tra le controindicazioni del vaccino esavalente, di “malattie neurologiche gravi progressive“. Anche in questo caso nessuna risposta. Sempre al Ministero, ufficio stampa, ho scritto in qualità di giornalista per chiedere conferma del fatto che il ministero non si fosse appellato alla sentenza del Tribunale di Milano. Nessuna risposta. E’ chiaro che, se dalle istituzioni non arrivano risposte, la diffidenza non può che aumentare.

Augusto Minzolini, quelle immagini fanno rabbia

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Più di ogni altra cosa restano impresse quelle immagini. Baci, abbracci, pacche sulle spalle, gesti di vittoria, risate gioiose e lui, il senatore ed ex direttore del Tg1 Augusto Minzolini, al centro, che si diverte e se la gode come un bambino che ha segnato il goal della vittoria. Ma cosa è successo per cotanto festeggiamento? E’ successo che Senatori di questa Repubblica hanno salvato Augusto Minzolini dalla decadenza, in quanto, condannato dalla Cassazione in via definitiva a 2 anni e 6 mesi di reclusione per peculato, doveva appunto decadere da senatore per effetto della legge Severino, così come del resto accaduto per Silvio Berlusconi. E invece la maggioranza dell’aula ha votato contro. E quando il tabellone ne ha certificato la vittoria, i senatori di Forza Italia sono corsi dal “compagno” di partito per festeggiare il risultato. La degenerazione di una classe politica sta tutta lì. Ora, poiché bisognerebbe ricordarsi quelle facce quando parlano di legalità in tv o sui giornali e, soprattutto, bisognerebbe ricordarsene quando si tornerà a votare (se, naturalmente, ci saranno le preferenze), vediamo in dettaglio chi lo ha salvato. A parte Forza Italia che, era scontato, ha votato compatta contro la decadenza, hanno votato contro anche 19 senatori del Pd e  alcuni della Lega, mentre altri 24 erano assenti (il non voto equivale a voto contrario).

Del Pd hanno votato contro 19 senatori, tra questi: l’ex ministro Stefania Giannini, la vice presidente del senato Rosa Maria Di Giorgi, Alessandro Maran, membro di diverse commissioni, l’ex tesoriere Ugo Sposetti, il giornalista ex vice direttore del Corriere della Sera Massimo Mucchetti. D’altronde il capogruppo Luigi Zanda aveva lasciato libertà di coscienza e l’hanno preso subito alla lettera. Eppure nel novembre 2013, in occasione del voto per la decadenza di Berlusconi, Zanda aveva assunto una posizione diversa: “il voto a favore della decadenza – aveva detto – non è una scelta politica ma un nostro dovere nei confronti della legalità”.

Ma i due nomi che fanno più scalpore sono quelli della giornalista anticamorra Rosaria Capacchione e del giuslavorista Pietro Ichino. Entrambi hanno spiegato le ragioni del loro voto contrario alla decadenza. Al di là di esse, condivisibili o meno (quelle di Capacchione sembrano per la verità un pò forzate), pesa sulla loro scelta la critica che anziché applicare la legge, che fa scattare appunto la decadenza in caso di condanna superiore a due anni, si sono lanciati in un’interpretazione personale della  stessa, una sorta di quarto grado di giudizio, arrogandosi un diritto che non hanno. La funzione e il ruolo delle Camere li ricorda il costituzionalista, ex Presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida, che in un’intervista al Sole 24 Ore dice: “Questa (la Costituzione, ndr) infatti non dà alle Camere il potere di decidere liberamente, in base ad apprezzamenti discrezionali o politici, se dichiarare o meno l’esistenza di una causa sopravvenuta di ineleggibilità, e quindi di dichiarare o meno la decadenza del condannato, ma solo il potere-dovere di “giudicare”, sulla base della legge, se la causa di decadenza contestata sussista o non sussista”. E, ancora: “la delibera è contra legem: se il Parlamento ritenesse che una legge non debba essere applicata perché inopportuna, la dovrebbe modificare (sopprimendo così per tutti la causa di ineleggibilità e di decadenza), e non violarla nel caso concreto (e in modo discriminatorio)”.

Poi ci sono gli assenti in missione, quindi giustificati, che equivalgono a voto contro. Tra questi, molti nomi eccellenti: quattro ministri, Anna Finocchiaro, Marco Minniti, Roberta Pinotti e Valeria Fedeli,  il vice presidente della commissione Affari Costituzionali nonché funzionario di Polizia in aspettativa Claudio Fazzone, Linda Lanzillotta, l’ex presidente del consiglio Mario Monti, l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il vice ministro delle infrastrutture Riccardo Nencini, la pentastellata Paola Nugnes, il vice ministro Andrea Olivero, la scienziata Elena Cattaneo, l’archistar Renzo Piano. A questi si aggiungono gli assenti senza giusta causa: Vannino Chiti, Stefano Esposito, Miguel Gotor (ora MDP), Nicola Latorre

Ma hanno votato contro la decadenza anche i senatori della Lega, che in tv si riempiono la bocca parlando di legalità: Roberto Calderoli, il capogruppo Gian Marco Centinaio, il vice Stefano Candiani (il partito di Salvini aveva votato contro la decadenza anche dell’ex Cavaliere). E i soliti dinosauri della politica: Pier Ferdinando Casini, Altero Matteoli, l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, l’ex ministro della difesa ed ex Scelta Civica Mario Mauro (nel 2013 il suo partito aveva votato compatto per la decadenza di Berlusconi), Gaetano Quagliariello, cosiddetto “saggio”.

Tra i nomi eccellenti che hanno invece votato a favore della decadenza: Sandro Bondi (che aveva votato contro la decadenza di Berlusconi), il solito Felice Casson, l’ex ministro Josefa Idem, il giornalista Corradino Mineo, la senatrice del Pd Laura Puppato.

Infine, vanno ricordati un paio di astensioni di rilevo: l’ormai ex giornalista Sergio Zavoli, alla quarta legislatura, e Karl Zeller di Svp-gruppo per le autonomie, che aveva votato a favore della decadenza del Caimano.

Mala giustizia, il caso di Mario Caizzone

togheAncora non riesce a trattenere le lacrime, Mario Caizzone, quando pensa a quel 22 aprile del 1994, in una caserma milanese, dove gli comunicano che è in stato d’arresto, da innocente, e gli concedono soltanto di avvisare telefonicamente gli anziani genitori che sono in Sicilia. La storia di Caizzone ha dell’incredibile, anche se comune a tante altre di mala giustizia che emergono sempre più. Egli è un giovane commercialista siciliano alla fine degli anni 80 quando approda a Milano con tutto il carico di speranze di un giovane di provincia che arriva nella grande città e allora più di oggi Milano rappresentava il sogno di molti. Subito ingrana e la sua attività nel giro di pochi anni prende il volo, con anche alcuni importanti clienti, tra i quali, il Gruppo Imprenori di Abbiategrasso, che di lì a poco sarebbe fallito. Nel 1993 il gruppo è oggetto di una verifica da parte della Guardia di Finanza e i soci, Nosotti e Rivolta, chiedono al commercialista di seguire la verifica. Da subito i militari “mi hanno formulato una richiesta di denaro per addomesticare la verifica”, ricorda Caizzone nelle sue memorie, che respinge la proposta e informa i vertici societari, invitandoli a denunciare l’accaduto. E’ la sua condanna a morte, da quel momento entra in un calvario giudiziario che durerà 20 anni. Resterà da solo a combattere contro le istituzioni mentre colleghi e vertici aziendali coinvolti optano per la linea “tiepida”. Con risvolti incredibili, kafkiani. Caizzone viene arrestato (arresti domiciliari) perché ritenuto sindaco e amministratore di Imprenori e di un’altra società del gruppo, ruoli che egli dice di non aver mai ricoperto, bastava fare una banalissima visura camerale, cosa che non è stata mai fatta. Il professionista denuncia da subito il tentativo di concussione delle fiamme gialle ma i magistrati non se ne curano, le mie “dichiarazioni – dice – non vengono considerate e spesso neppure verbalizzate”. Nel 1995, dopo diverse richieste di essere sentito andate a vuoto, il commercialista messinese decide di presentare formale denuncia, sia contro i finanzieri che contro i magistrati che non avevano raccolto e verbalizzato le sue denunce. Conseguenza: viene rinviato a giudizio per calunnia, sia a Milano che a Brescia (da cui poi verrà assolto). Solo nel 1998, ben cinque anni dopo l’arresto, ottiene il primo interrogatorio, che chiedeva inutilmente dal primo momento, e riesce a dimostrare di non essere mai stato sindaco della Salvit Spa, l’altra società del gruppo, come invece era riportato in alcuni verbali della GdF e del Pm. Rinuncia inoltre all’udienza preliminare chiedendo il giudizio immediato, mentre gli altri imputati sceglievano il patteggiamento. Ma nel 2005, dodici anni dopo, arriva la sentenza di primo grado che incredibilmente lo condanna a tre anni di reclusione per essere stato sindaco della Imprenori. Stesso scenario nel procedimento per fallimento, seguito dal curatore Giuseppe Ugo. Il commercialista cerca in tutti i modi di farsi interrogare per spiegare i fatti ma il curatore non lo ha mai ascoltato – come si legge in una deposizione che lo stesso rende avanti il Tribunale di Milano – ritenendolo superfluo. Nel 2010 tutti i reati contestati vanno in prescrizione ma Caizzone rinuncia alla prescrizione e chiede di essere giudicato nel merito. Segue sentenza d’appello del marzo 2011, che conferma la condanna in primo grado per essere stato sindaco delle società fallite. Il calvario continua. Il professionista non si arrende, fa ricorso in Cassazione, che rinvia alla Corte d’Appello la quale, finalmente, lo assolve da tutte le accuse. “Solo il 21 marzo 2014 – ricorda – sono riuscito, dopo 21 anni, a riavere il certificato penale immacolato ma ormai la mia vita era distrutta”. La storia di Mario Caizzone dimostra purtroppo come la burocrazia si sia impossessata anche del sistema giudiziario, le vicende umane sono trattate come un numero, una pratica burocratica da mettere a posto per passare ad un’altra. “Al primo interrogatorio – ricorda Caizzone – penso adesso chiarisco tutto ma dopo neanche un’ora mi dicono che sono stanchi e che vogliono andare a casa dalle loro famiglie, il pm mi dice non si preoccupi vedrà che nei prossimi giorni la chiamerà il gip e lei spiegherà tutto”. Passa un’altra settimana e viene convocato dal Gip. “Mi siedo, parte l’interrogatorio, arriva una telefonata e il giudice mi dice che deve chiudere il verbale perché deve andare ad un funerale a Genova. Mi dice non si preoccupi, tra qualche giorno ci sarà un altro gip e lei potrà spiegare tutto”. Intanto c’è il danno d’immagine. “Erano già passati quindici giorni e io non potevo parlare con nessuno, solo con il mio avvocato. Il 4 agosto mi revocano i domiciliari, torno in ufficio e trovo la desolazione più totale, avevo perso tutti i miei clienti”. Caizzone vuole però dimostrare la sua innocenza e chiede più e più volte di essere interrogato ma nessuno lo chiama. “Io continuavo a chiedere sempre di essere sentito ma tutti mi dicevano non si preoccupi, vedrà, la giustizia deve fare il suo corso, e intanto gli anni passavano”. Nel 1995 decide allora di denunciare e, quando ne riceve in compenso due processi per calunnia, “lì ho capito in che situazione mi ero andato a cacciare, a chi avevo dato fastidio, lì capisco che stavo parlando del sistema bancario, come facevano queste banche ad avere questi finanziamenti, come funzionava il sistema delle verifiche della guardia di finanza e nessuno ne voleva parlare”. Quando viene finalmente interrogato, nel 1998, ben cinque anni dopo, “lì trovai gli stessi finanzieri che avevo denunciato, che mi interrogavano insieme al pm. Cerco di spiegare in tutti i modi ma il magistrato mi dice non si preoccupi, all’udienza preliminare chiarirà tutto, e finisce l’interrogatorio. Eravamo a febbraio – continua Caizzone nella sua ricostruzione – aspetto fino a dicembre poi chiedo che venga fissata l’udienza. Bene, il processo sapete quando è iniziato, nel 2002, e sono passati altri quattro anni. E al processo sapete cosa mi dicono, chiedi il patteggiamento, tanto lo stanno chiedendo tutti e a te lo danno gratis, hanno deciso così”. Ma nel processo deve subire ancora delle angherie. “Parte il processo e la prima cosa che dice il pm è che l’imputato Caizzone ha cercato di rovinare le famiglie dei finanzieri e dei magistrati. Durante il processo, perfino i clienti e i colleghi testimoniarono contro di me. E lì capisco che non era il processo contro la Imprenori ma contro Caizzone, che voleva chiarire il comportamento della banche, della guardia di finanza, della curatela fallimentare”. Una nota positiva di tutta la vicenda è l’assoluzione in primo e secondo grado nel processo per calunnia, segno che le cose raccontate su finanzieri e magistrati avevano fondamento. Dopo questa esperienza Mario Caizzone matura la decisione di creare un’associazione, AIVM, Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia, per aiutare gratuitamente chi si dovesse trovare in una situazione analoga. “Quando ti capita una cosa del genere non c’è nessuno a cui potersi rivolgere”. E i numeri parlano da soli: dal 2012 ad oggi hanno contattato l’associazione cinquemila persone e sono stati presi in carico tremila casi.

Gli smemorati

imagesMatteo Renzi – abbiamo scoperto – ha una voglia matta di elezioni. Ora, a parte la mancanza di stile e rispetto nei confronti del premier da lui stesso indicato Paolo Gentiloni, è curioso questo improvviso desiderio di votazioni per uno che, giovanissimo, con tutta una vita davanti e con le quotazioni in estrema ascesa, scippò il governo al suo collega di partito Enrico Letta (il famoso “stai sereno”) e che, non essendo eletto, aveva avuto anche la pretesa di cambiare la costituzione. Dice poi che “l’unica cosa da fare è evitare che scattino i vitalizi perché sarebbe molto ingiusto verso i cittadini. Sarebbe assurdo”. Sarebbe ingiusto nei confronti dei cittadini? E i tre anni in cui ha bloccato il parlamento per una riforma costituzionale che non serviva a nessuno (tranne lui) e che nessuno aveva chiesto (le attese dei cittadini erano ben altre)? Non è stata questa una gravissima mancanza di rispetto per i cittadini? In tre anni avrebbero potuto fare, ad esempio, la riforma della prescrizione e della giustizia, di cui se ne ha bisogno quasi come il pane. Per non parlare poi delle altre mancate riforme: l’Italiacum, spacciata come la migliore legge elettorale al mondo e subito rinnegata, parzialmente bocciata dalla Corte Costituzionale, forse l’unico caso di legge elettorale cancellata senza essere mai stata utilizzata; la riforma della pubblica amministrazione, bloccata dal Consiglio di Stato; la cd “Buona Scuola”, che ha scontentato tutti; l’abolizione dell’art.18; il Jobs act, i cui risultati sono molto controversi. In compenso il governo Renzi ha però riformato le ferie dei magistrati, una misura davvero fondamentale, soprattutto per la giustizia. Tutto tempo sprecato, chi ripaga i cittadini?

Dal canto suo Giorgio Napolitano va raccontando che “nei Paesi civili alle elezioni si va a scadenza naturale e a noi manca ancora un anno”. Ma dov’era lui quando Renzi perpetrava lo scippo di cui sopra? Non si ricorda una sua parola. Il governo Letta, per quanto nato in modo rocambolesco e certamente debole in partenza, non aveva anch’esso diritto di arrivare a fine legislatura? Quanto poi al paese civile, se questo paese non lo è, qualche domanda dovrebbe porsela, visto che è stato al vertice delle istituzioni per 60 anni. Se avesse permesso la nomina di Nicola Gratteri a ministro della giustizia, sebbene non ci fosse nulla che lo vietava, oggi forse questo paese sarebbe un grammo più civile (mentre non ha fatto una piega quando Giovanni Legnini è passato dal parlamento direttamente alla vicepresidenza del CSM).

Poi c’è Sergio Mattarella. Il Presidente della Repubblica oggi chiede che la legge elettorale sia uniforme tra le due camere. Ma dov’era quando ha messo la firma sotto l’Italicum, legge elettorale che valeva solo per una camera? Lui, parlamentare di lungo corso nonchè giudice costituzionale, non si è accorto che promulgare una legge che valeva solo per un ramo del parlamento prima che la riforma costituzionale venisse approvata era quanto meno un azzardo? Non si è posto il dubbio che ci poteva essere anche la minima possibilità che la (contro)riforma costituzionale venisse bocciata al referendum (come poi è successo) e quindi quella legge elettorale sarebbe stata inutilizzabile? Proprio lui che, ironia della sorte, è stato tra i giudici costituzionali che hanno bocciato la precedente legge elettorale, il Porcellum, a causa dell’eccessivo premio di maggioranza (!) e delle liste bloccate? E che è stato padre della legge elettorale in vigore dal 1994 al 2005, il Mattarellum appunto? Ma ci si aspettava battesse un colpo anche sulla stessa riforma costituzionale, che tutti riconoscono avere più di una similitudine con quella del 2005 del governo Berlusconi. Proprio quell’anno, un deputato all’opposizione fece alla Camera un discorso molto duro contro quella riforma che si stava approvando: “Oggi, voi del governo e della maggioranza state facendo la “vostra” Costituzione. L’avete preparata e la volete approvare voi, da soli, pensando soltanto alle vostre esigenze, alle vostre opinioni e ai rapporti interni alla vostra maggioranza. Siete andati avanti, con questa dissennata riforma, al contrario rispetto all’esempio della Costituente, soltanto per non far cadere il governo. Questa modifica è fatta male e lo sapete anche voi. Sapete anche voi che è fatta male, ma state barattando la Costituzione vigente del 1948 con qualche mese in più di vita per il governo Berlusconi. Ancora una volta, in questa occasione emerge la concezione che è propria di questo governo e di questa maggioranza, secondo la quale chi vince le elezioni possiede le istituzioni, ne è il proprietario. Questo è un errore”. Quel deputato si chiamava Sergio Mattarella.

P.s. Mentre Napolitano parla di scadenze di legislatura come fosse ancora il Capo dello Stato, dov’è finito l’impegno che aveva preso con le madri della Terra dei Fuochi? I bambini di quelle terre continuano a morire di CANCRO. Una roba che fa accapponare la pelle e venire la voglia di scappare per sempre da questo paese.

Autismo e vaccini, è lecito sospettare. Ecco perchè

Ivaccini-2l Presidente della Repubblica ha recentemente preso posizione sui vaccini, definendo “sconsiderati chi li critica” e la necessità di “contrastare decisamente chi li mette in discussione”. E’ curioso che un presidente che parla poco, anche quando dovrebbe gridare, prenda poi posizione su un argomento che esula dal suo ruolo istituzionale. Non dovrebbe chiudere gli occhi davanti ai tanti segnali che fanno quantomeno sospettare. Chi da tempo analizza i vaccini osserva che sono pieni di metalli pesanti e tutti sanno che i metalli pesanti nel corpo umano non sono proprio un toccasana. Stefano Montanari, Direttore scientifico del laboratorio Nanodiagnostics di Modena, da anni li analizza in laboratorio, rilevando all’interno metalli come piombo, cromo, nichel, tungsteno. E non è un’opinione, è una misurazione in laboratorio, quindi un dato oggettivo. Il vaccino Infanrix Hexa prodotto dalla GSK (GlaxoSmithKline), meglio conosciuto come esavalente, ha per esempio una certa dose di mercurio, metallo senza ombra di dubbio dannoso per la salute. Nonostante il tentativo degli organismi istituzionali di smontare ogni tesi critica, i segnali esistono da tempo.  Già nel 2000 scienziati e rappresentanti degli organismi internazionali (OMS) e delle case farmaceutiche si sono riuniti per discutere degli aumenti dei casi di bambini con disturbi neurocomportamentali, attribuendoli in alcuni casi alle vaccinazioni.  Nel 2012, Roberto Gava, Direttore del Servizio di Cardiologia del Poliambulatorio dell’Ospedale di Castelfranco Veneto ed esperto in materia con numerose pubblicazioni e docenze, partendo dal caso del ritiro dal mercato del vaccino esavalente per contaminazione da parte di un batterio esterno, oltre a constatare che lo stesso veniva ritirato in molti paesi europei tranne l’Italia, faceva alcune considerazioni sulla sicurezza e utilità dei vaccini. “Il sistema immunitario di un bambino di pochi mesi è totalmente immaturo e quindi facilmente squilibrabile” – scriveva Gava. E ancora: “Molti neonati presentano una immaturità particolare del loro sistema immunitario che dura fino a 12-18 mesi e che viene chiamata ipogammaglobulinemia transitoria: se in questo periodo il bambino viene vaccinato, corre un elevato rischio di subire danni da vaccino” e “con le conoscenze di immunologia di cui disponiamo oggi, pensare che la somministrazione di queste sostanze a neonati di 2-3 mesi di vita sia totalmente innocua …. è veramente da “sciocchi”!“. E’ invece solo dell’anno scorso un rapporto dell’Osservatorio nazionale sull’impiego dei medicinali che illustra in maniera plastica come ci siano stati 6273 casi di effetti collaterali da “vaccini” nella fascia d’eta tra 1 e 23 mesi, di cui un terzo (32%) considerati gravi. Insomma, il problema dei vaccini è che provocano nel corpo dei piccoli, che non hanno ancora un sistema immunitario maturo, stati infiammatori che possono colpire le cellule celebrali e scatenare anche situazioni preesistenti. Un’altra causa di insorgenza potrebbe essere la combinazione tra vaccinazione e anti-infiammatori somministrati per esempio all’insorgere della febbre post vaccinazione. Lo ha detto recentemente il premio Nobel Luc Montagnier, medico e virologo francese, scopritore del virus del’HIV. Poi ci sono le sentenze, tra le più recenti e significative la sentenza di Milano – che ha condannato il ministero a un risarcimento a vita ad un bambino cui era stato riconosciuto il nesso causa effetto tra il suo autismo e il vaccino esavalente Infanrix Hexa  -, la sentenza di Modena – che ha condannato il ministero ad un altro risarcimento per danni causati dall’Infanrix – e la sentenza recente del Tar Sicilia – con la terza condanna per il ministero in pochi anni –  dove invece sul banco degli imputati c’era il vaccino tetravalente. E’ vero, ci sono anche le pronunce avverse, come la sentenza di Trani e quella della Cassazione ma i sospetti aumentano sempre più. Per esempio perché avverso la sentenza di Milano il ministero non ha fatto appello, rendendola così definitiva? A sostenere la necessità di chiarezza sui vaccini è anche il Codacons, che ha ingaggiato una battaglia legale con l’Istituto Superiore di Sanità, attraverso un ricorso al Tar e un esposto in Procura contro il presidente dell’ISS Walter Ricciardi. Il primo, per denunciare il regime meno rigoroso per i vaccini rispetto a quello cui sono sottoposti gli altri farmaci prima di essere immessi sul mercato. Il secondo contro le dichiarazioni di Ricciardi, che ha parlato di “centinaia di casi di morbillo, con rischi di complicanze gravi e di morte in 1 caso su 10mila”, dichiarazioni che, secondo il Codacons, configurano il reato di procurato allarme.

 

 

Vaccino esavalente, se anche la casa produttrice riconosce un nesso con l’autismo

Quando si parla di autismo e vaccini, le istituzioni sanitarie si inalberano e liquidano la questione come una bufala. Nessuno spiega però perché è in uso un vaccino la cui sperimentazione stessa ha mostrato casi di autismo, più o meno gravi. E quale migliore prova se a metterlo nero su bianco è proprio l’azienda produttrice? Parliamo dell’esavalente Infanrix Hexa Sk – quello usato dalle ASL italiane per vaccinare tutti i bambini e commercializzato e per vaccinare i bambini di 92 Paesi  il cui produttore GlaxoSmithKline (GSK) ha accertato casi di correlazione con i disturbi dello spettro autisticoIn un documento riservato del 2011, classificato confidenziale, la GSK mostra gli effetti avversi e le reazioni gravi emerse dall’inizio della sperimentazione. Il lungo elenco inizia a pagina 591 e a pagina 626 si legge di 22 casi, tra i quali 1 caso di autismo non grave, 5 casi di autismo grave, 2 casi di disturbo cognitivo non grave, 2 casi di disturbo dell’attenzione non grave, 1 caso di disturbo della memoria non grave, 7 casi di disturbo mentale non grave, 5 casi di ritardo mentale non grave. La cosa gravissima è che questi affetti avversi sono stati riscontrati ma “unlisted” come riporta il documento stesso, cioè  omessi dall’elenco degli effetti avversi sottoposto alle autorità sanitarie per ottenere l’autorizzazione al commercioE’ stato probabilmente anche grazie a questo documento che il Tribunale di Milano, con una sentenza del settembre 2014, ha condannato il Ministero della Salute ad un risarcimento a vita alla famiglia di un bambino di 9 anni, riconoscendo il nesso di causalità tra l’autismo di cui il bimbo è affetto e i vaccini somministrati. L’aspetto sorprendente è che il Ministero non ha fatto ricorso in appello, rendendo in questo modo la sentenza definitiva. Nessuna presa di posizione, neanche una spiegazione, né dall’azienda né tanto meno dalle istituzioni, Ministero ed AIFA, che autorizzano la messa in commercio. Sul portale vaccinarsi.org, portale della SITI (Società Italiana di Igiene) patrocinato da Ministero e ISS, si legge un laconico <<per quanto riguarda i presunti dati “nascosti” della Ditta produttrice del vaccino, ovviamente non sono a noi accessibili>>. Se fosse così, se cioè gli Enti che devono autorizzare non avessero accesso a tutti i dati delle sperimentazioni, sarebbe molto grave. E intanto, mentre le istituzioni tacciono, il Codacons ha avviato un’importante iniziativa a tutela delle famiglie, una class action contro il Ministero della salute per le “centinaia di segnalazioni di danni a seguito della somministrazione di vaccini che stanno pervenendo”. Codacons precisa che le segnalazioni “andranno ora verificate in modo scrupoloso e attraverso medici competenti, e nei casi di possibili legami tra vaccinazione e malattie, confluiranno in una class action contro il Ministero della salute, considerate le numerose sentenze favorevoli già ottenute in Italia a tutela di soggetti danneggiati da vaccino, i quali hanno ottenuto risarcimenti dallo Stato“.

Firma la petizione che chiede a Ministero e all’Autorità garante concorrenza e mercato di fare chiarezza sul vaccino esavalente Infanrix Hexa

Ma a Roma c’è solo la Muraro?

foto-raggi-muraroPremesso, sono un simpatizzante del M5s e quindi non mi unisco alla folta schiera di detrattori che dicono non sono pronti, sono incompetenti, bla, bla, bla. C’è però una cosa che proprio non riesco a spiegarmi e cioè l’attaccamento morboso del sindaco Virginia Raggi all’assessore all’ambiente Paola Muraro, il volerla a tutti i costi, sfidando tutto e tutti, come se fosse l’unica persona sulla terra a saper gestire i rifiuti. Addirittura ritenendo che senza di lei o altra come lei “si va a casa”. Che sia competente non c’è dubbio, basta guardare il curriculum, ma l’idea che sia insostituibile mi pare francamente eccessiva. Già oltre dieci anni fa, quando faceva solo il comico, Beppe Grillo parlava di ambiente e seguiva le soluzioni innovative per la sostenibilità. E l’ambiente è stato un cavallo di battaglia dei meetup prima e del M5s dopo. Possibile che in tutti questi anni il movimento non si sia circondato di persone esperte in materia, al punto da doversi attaccare ad un assessore e tenerselo costi quel che costi anche se indagato? L’Italia (e anche Roma) è piena di esperti in materia, bastava fare una piccola ricerca o farsi consigliare da qualcuno. C’è per esempio Paolo Rabitti, ingegnere ed urbanista, consulente ambientale di cinque procure, esperto riconosciuto, anche dal movimento, che spesso lo ha ospitato nei meetup in giro per l’Italia a presentare il suo libro “Ecoballe”. C’è Raphael Rossi – solo per fare il nome di quello più famoso – l’ex manager della municipalizzata di Torino sotto processo per essersi opposto ad una tangente e chiamato in mezza Italia a risanare le aziende pubbliche dei rifiuti (è stato anche a Napoli all’inizio dell’era De Magistris). Oppure, vista la passione del sindaco per i magistrati o ex magistrati contabili, potevano chiedere per esempio a Gianfranco Amendola, per fare un altro nome famoso, magistrato (tra l’altro in pensione) che per tutta la sua carriera si è occupato di reati ambientali, istruendo 15.000 processi, che nel 1973 era già capo di gabinetto del ministro dell’ambiente e poi consulente delle Camere per la normativa ambientale e da magistrato ha condotto alcune inchieste, anche sulla discarica di Malagrotta. Si poteva chiedere ad Edo Ronchi, famoso ex ministro dell’ambiente, forse l’unico ministro competente in materia, padre del decreto omonimo e cioè la prima vera legge organica a tutela dell’ambiente, ancora in vigore. E poi ci sono i tanti ingegneri, avvocati ed esperti riconosciuti, che scrivono sulle riviste specializzate, nonché i dirigenti e funzionari regionali del settore (di esperti e onesti ce ne sono, anche a Roma), come quel funzionario che fu spostato ad altro ufficio per aver firmato una VIA (valutazione di impatto ambientale) che bloccava di fatto il progetto di costruzione del termovalorizzatore di Manlio Cerroni (il dominus dei rifiuti romani). Designare una personalità del genere sarebbe stato un bel gesto di discontinuità rispetto al passato. La cosa infatti più inspiegabile è che proprio i grillini, che vogliono fare piazza pulita di tutto il passato, loro che si pongono in discontinuità rispetto alla “politica” partitica con le sue incrostazioni, loro che hanno denunciato di più il sistema di Mafia Capitale, loro che hanno coraggiosamente detto no alle Olimpiadi (rinunciando anche all’inevitabile consenso elettorale) per evitare sprechi e corruzione, poi si affidano ad una signora che per oltre un decennio è stata consulente dell’AMA, l’azienda municipalizzata dei rifiuti, l’espressione del disastro nella gestione della monnezza. Come sta emergendo dalle carte delle inchieste su di lei, più che una consulente Muraro appariva come il vero vertice dell’azienda capitolina. Diverse, troppe circostanze raccontano di una vicinanza di Paola Muraro ai vertici di AMA, arrestati o sotto inchiesta a vario titolo. Non dimentichiamo poi le telefonate con Buzzi, personaggio chiave di Mafia Capitale, nonchè  i rapporti con Cerroni, il “re” dei rifiuti (anzi il “supremo”, come lo chiamavano i suoi collaboratori) che per 30 anni ha inghiottito i rifiuti di Roma nella sua discarica, impedendo impedendo lo sviluppo di una politica di recupero e riciclaggio. E non dimentichiamo qualche piccola bugia, come quando ha detto di non essere indagata e poi ammettere che lo era o quando ha scritto nel curriculum di essere consulente della procura di Napoli e non era vero. Insomma, ce ne sarebbe già abbastanza per far saltare dalla sedia pure un non grillino. Magari alla fine Paola Muraro ne uscirà “processualmente” pulita ma intanto i dubbi restano e sono grossi. Non averle chiesto di farsi da parte non è proprio una scelta di coerenza.

(In)Giustizia per Tiziana

tiziana-cantoneSi dice sempre che le sentenze vanno rispettate. Spesso però le sentenze lasciano l’amaro in bocca. Come nel caso di Tiziana Cantone. La condanna a 20 mila euro di risarcimento ai colossi del web, seppur giuridicamente ineccepibile – dicono gli esperti – non può non destare più di una perplessità. Ma come, ci si chiede, Tiziana è la vera danneggiata, perché i suoi video sono stati diffusi dai siti internet e Tiziana deve anche pagare loro i danni? Tra l’altro deve pagare la stessa cifra che è stata chiesta ai colossi? A sostenere che la sentenza sia giuridicamente corretta è per esempio Elisabetta Garzo, Presidente del Tribunale di Napoli Nord, che, a La Repubblica dice: “Nei confronti di alcuni siti internet è stata ritenuta soccombente perché in sede civile la domanda non può essere proposta in maniera non precisa. Ad esempio, per quanto riguarda Yahoo, è stata rivolta nei confronti di Yahoo Italia che non è responsabile del controllo e quindi non è stata accolta. Nel momento in cui il ricorrente è soccombente, viene condannato alle spese […]. L’unico oggetto della domanda era la rimozione dai siti della pubblicazione delle immagini. In sede di urgenza non si chiede il risarcimento”. Avete capito? Tiziana è stata condannata a risarcire 20 mila euro non perché fosse colpevole di qualcosa ma per un mero errore tecnico del ricorso, il suo avvocato ha cioè semplicemente sbagliato a citare Yahoo Italia – che per il giudice non era colpevole della diffusione delle immagini – e, in automatico, per il principio di soccombenza, ha dovuto pagare le spese. Un semplice errore formale, la citazione di un soggetto che non doveva essere citato, ed ecco che la giustizia ti trasforma da vittima in colpevole. Ma la cosa ancora più incredibile è la motivazione con la quale il giudice respinge in parte la richiesta di Tiziana di diritto all’oblio: “non si ritiene che rispetto al fatto pubblicato sia decorso quel notevole lasso di tempo che fa venir meno l’interesse della collettività alla conoscenza della vicenda”. L’interesse della collettività alla conoscenza della vicenda? Ma quale sarebbe l’interesse della collettività verso le scelte sessuali di una cittadina comune? L’interesse della collettività ha un senso per una persona che rivesta un ruolo pubblico (es. un politico) oppure per un privato ma che ha un ruolo delicato (si pensi ad un educatore che si scopre avere attenzioni sessuali verso i ragazzini). Qui l’unica collettività interessata è l’universo maschile, ma non per un diritto all’informazione, solo per il suo connaturato e sfrenato voyeurismo. Appare incredibile come il giudice non abbia considerato la priorità del diritto alla privacy, tanto più che Tiziana chiedeva ai pm di bloccare la diffusione, quindi era chiara la sua volontà di tutela della riservatezza. Insomma, il sospetto forte è che ancora una volta siamo di fronte ad una giustizia burocratica, impersonale, seppur formalmente corretta, che diventa un muro di gomma, e non è escluso possa aver giocato un ruolo nella già fragile psicologia di Tiziana. Certo questa vicenda spinge però anche verso un’altra riflessione, la superficialità con cui le donne si approcciano alla loro privacy quando sono nell’intimità. Tiziana si faceva filmare con più uomini ed era stata lei stessa ad inviare i video addirittura a uomini che non aveva mai conosciuto di persona. Troppe storie di donne, soprattutto ragazzine (e Tiziana non lo era più) che cedono alla tentazione, tutta maschile, di filmare le proprie prestazioni sessuali. Un atteggiamento innaturale per una donna e una leggerezza imperdonabile, poiché con le nuove frontiere del web tutti sanno può significare una diffusione inarrestabile. P.s. Ai funerali di Tiziana non c’era nessuno. In genere questi episodi di cronaca attirano l’attenzione della gente e i funerali sono sempre delle folle oceaniche. Nelle immagini pubblicate su Repubblica.it  sono più i giornalisti che amici e parenti. Si può solo immaginare quanto Tiziana fosse sola nella vita.

 

Fortuna, Silvestro e gli altri. Per non dimenticare

fortuna-2 Non poteva avere destino più beffardo la piccola Fortuna di Caivano, di fortunato la sua vita non ha avuto proprio nulla. Sfortunata ad essere nata in quella famiglia, con dei genitori che passano la vita tra reati e indifferenza. Sfortunata ad essere nata in quel contesto socio-culturale, dove i bambini vengono messi al mondo solo perché degli adulti si accoppiano e non hanno alcun diritto, sono degli oggetti di cui disporre a seconda degli usi, come neanche gli animali, almeno questi mostrano un istinto di protezione verso i piccoli. Sfortunata ad essere nata in quel quartiere, uno dei tanti degradati della periferia di Napoli, dove il degrado non è la colpa ma contribuisce a creare situazioni come questa, perché figlia del degrado è per esempio l’omertà e l’indifferenza a tutto e a tutti, che sono forse le principali cause di questa orribile vicenda. Indifferenza ed omertà che molti dicono essere i mali dei nostri giorni ma che a Napoli assumono dimensioni gigantesche. A Napoli tutti sanno tutto, perché si parla con il vicino, si vive in strada e ognuno si fa i fatti degli altri. Quindi sicuramente tutti sapevano che lì c’era un orco che violentava i bambini, come del resto sta venendo fuori dalle indagini, grazie anche alle intercettazioni ambientali. Pochi giorni dopo quel tremendo assassinio, l’inviato della trasmissione “Chi l’ha visto”, intervistava un’anziano signore seduto davanti al palazzo, il quale diceva “‘a piccerella l’hanna vuttata abbasce“. I genitori della piccola non potevano non sapere. Semplicemente è prevalsa l’indifferenza. Come spiegare altrimenti che il papà di Antonio Giglio, l’altro sfortunato bambino precipitato anch’egli a soli 3 anni da quel maledetto appartamento, sia andato per la prima volta al cimitero da suo figlio dopo soltanto tre anni dalla morte? Ma il caso di Fortuna non è purtroppo isolato. Esso riporta alla  mente almeno altri due casi agghiaccianti accaduti in quella sfortunata terra. Sembra passato un secolo e nessuno più ne parla ma sono accaduti soltanto due decenni fa. Silvestro Delle Cave era un bambino di soli 8 anni quando l’8 novembre 1997 sparisce nel nulla a Roccarainola. Dopo una settimana vengono fermati dai Carabinieri tre persone. Andrea Allocca, pensionato settantenne, suo genero, Pio Trocchia, e il cognato di quest’ultimo Gregorio Sommese. Messi sotto torchio, i tre confessano e fanno emergere un quadro terrificante. Silvestro veniva violentato a turno da tutti e tre quasi ogni giorno, in cambio di pochi spiccioli per i videogiochi e qualche caramella. Tutto era iniziato con uno scherzo. Silvestro si divertiva a suonare i campanelli delle case e scappare. Sua sfortuna è stata di suonare al campanello sbagliato, quello di Andrea Allocca, il quale lo insegue inveendo contro di lui. Il bambino allora impaurito si mette a piangere e si blocca. Allocca, con la scusa di perdonarlo, lo porta a casa sua. E’ l’inizio dell’inferno. Un giorno però Silvestro dice basta e minaccia di raccontare tutto a suo padre. E’ la sua condanna a morte. Gli danno una bastonata in testa, lo fanno a pezzi con una roncola e lo bruciano. Questo almeno racconteranno i tre agli inquirenti. Invece, i resti del piccolo verranno trovati in una valigia soltanto otto anni dopo, il 12 aprile 2005, in una casa a poca distanza dal luogo dell’omicidio, durante i lavori di ristrutturazione. Tutti condannati, Allocca muore in carcere qualche mese dopo, Trocchia deve scontare un ergastolo mentre Sommese viene condannato a 9 anni, che sono già passati, ed oggi è un uomo libero. Sempre nel 1997 viene alla luce un altro fatto, forse il più terrificante. Tre bambini, tra i 5 e i 7 anni, vengono violentati dai bidelli ed altre persone in una scuola del rione dei Poverelli a Torre Annunziata. Il racconto che ne emerge farebbe impallidire il regista di un film horror. I bambini vengono ubriacati e drogati e incatenati a dei pannelli. Le violenze vengono inoltre riprese da un fotografo per la produzione di materiale pedo-pornografico. Finché uno dei bambini si confida con la madre, che già aveva notato dei strani segni alle caviglie e ai polsi. Così viene fatta denuncia e parte l’indagine. Non senza ostacoli, all’inizio anzi fu subito archiviata dai magistrati per insufficienza di prove. Ma, grazie alla tenacia della donna, a cui se ne aggiungeranno altre due, e ai Carabinieri, viene fuori tutta la vicenda e si individuano i responsabili. Pasquale Sansone, bidello della scuola, e Michele Falanga, titolare di un bar, vengono condannati rispettivamente a 15 e 13 anni, pena che non riescono a scontare perché scarcerati per decorrenza dei termini ma che poi hanno scontato veramente essendo stati uccisi in due diversi agguati a pochi giorni dalla scarcerazione. Dopo sette anni, nel 2004, arrivano altre dieci condanne definitive, tra le quali quelle di quattro donne, con pene da 2 a 11 anni di reclusione. Ma la storia ancora non era finita, mancava ancora un tragico epilogo. Nel marzo dello stesso anno, Matilde Sorrentino, una delle madri coraggio che aveva denunciato, viene barbaramente uccisa sull’uscio di casa da un delinquente che le sparava in faccia. Costui era uscito dal carcere appena un mese prima, dopo aver scontato una pena a nove anni per un altro omicidio. Matilde doveva essere punita per aver avuto il coraggio di denunciare. L’esecutore, Alfredo Gallo, è stato condannato all’ergastolo.