(In)Giustizia per Tiziana

tiziana-cantoneSi dice sempre che le sentenze vanno rispettate. Spesso però le sentenze lasciano l’amaro in bocca. Come nel caso di Tiziana Cantone. La condanna a 20 mila euro di risarcimento ai colossi del web, seppur giuridicamente ineccepibile – dicono gli esperti – non può non destare più di una perplessità. Ma come, ci si chiede, Tiziana è la vera danneggiata, perché i suoi video sono stati diffusi dai siti internet e Tiziana deve anche pagare loro i danni? Tra l’altro deve pagare la stessa cifra che è stata chiesta ai colossi? A sostenere che la sentenza sia giuridicamente corretta è per esempio Elisabetta Garzo, Presidente del Tribunale di Napoli Nord, che, a La Repubblica dice: “Nei confronti di alcuni siti internet è stata ritenuta soccombente perché in sede civile la domanda non può essere proposta in maniera non precisa. Ad esempio, per quanto riguarda Yahoo, è stata rivolta nei confronti di Yahoo Italia che non è responsabile del controllo e quindi non è stata accolta. Nel momento in cui il ricorrente è soccombente, viene condannato alle spese […]. L’unico oggetto della domanda era la rimozione dai siti della pubblicazione delle immagini. In sede di urgenza non si chiede il risarcimento”. Avete capito? Tiziana è stata condannata a risarcire 20 mila euro non perché fosse colpevole di qualcosa ma per un mero errore tecnico del ricorso, il suo avvocato ha cioè semplicemente sbagliato a citare Yahoo Italia – che per il giudice non era colpevole della diffusione delle immagini – e, in automatico, per il principio di soccombenza, ha dovuto pagare le spese. Un semplice errore formale, la citazione di un soggetto che non doveva essere citato, ed ecco che la giustizia ti trasforma da vittima in colpevole. Ma la cosa ancora più incredibile è la motivazione con la quale il giudice respinge in parte la richiesta di Tiziana di diritto all’oblio: “non si ritiene che rispetto al fatto pubblicato sia decorso quel notevole lasso di tempo che fa venir meno l’interesse della collettività alla conoscenza della vicenda”. L’interesse della collettività alla conoscenza della vicenda? Ma quale sarebbe l’interesse della collettività verso le scelte sessuali di una cittadina comune? L’interesse della collettività ha un senso per una persona che rivesta un ruolo pubblico (es. un politico) oppure per un privato ma che ha un ruolo delicato (si pensi ad un educatore che si scopre avere attenzioni sessuali verso i ragazzini). Qui l’unica collettività interessata è l’universo maschile, ma non per un diritto all’informazione, solo per il suo connaturato e sfrenato voyeurismo. Appare incredibile come il giudice non abbia considerato la priorità del diritto alla privacy, tanto più che Tiziana chiedeva ai pm di bloccare la diffusione, quindi era chiara la sua volontà di tutela della riservatezza. Insomma, il sospetto forte è che ancora una volta siamo di fronte ad una giustizia burocratica, impersonale, seppur formalmente corretta, che diventa un muro di gomma, e non è escluso possa aver giocato un ruolo nella già fragile psicologia di Tiziana. Certo questa vicenda spinge però anche verso un’altra riflessione, la superficialità con cui le donne si approcciano alla loro privacy quando sono nell’intimità. Tiziana si faceva filmare con più uomini ed era stata lei stessa ad inviare i video addirittura a uomini che non aveva mai conosciuto di persona. Troppe storie di donne, soprattutto ragazzine (e Tiziana non lo era più) che cedono alla tentazione, tutta maschile, di filmare le proprie prestazioni sessuali. Un atteggiamento innaturale per una donna e una leggerezza imperdonabile, poiché con le nuove frontiere del web tutti sanno può significare una diffusione inarrestabile. P.s. Ai funerali di Tiziana non c’era nessuno. In genere questi episodi di cronaca attirano l’attenzione della gente e i funerali sono sempre delle folle oceaniche. Nelle immagini pubblicate su Repubblica.it  sono più i giornalisti che amici e parenti. Si può solo immaginare quanto Tiziana fosse sola nella vita.

 

Fortuna, Silvestro e gli altri. Per non dimenticare

fortuna-2 Non poteva avere destino più beffardo la piccola Fortuna di Caivano, di fortunato la sua vita non ha avuto proprio nulla. Sfortunata ad essere nata in quella famiglia, con dei genitori che passano la vita tra reati e indifferenza. Sfortunata ad essere nata in quel contesto socio-culturale, dove i bambini vengono messi al mondo solo perché degli adulti si accoppiano e non hanno alcun diritto, sono degli oggetti di cui disporre a seconda degli usi, come neanche gli animali, almeno questi mostrano un istinto di protezione verso i piccoli. Sfortunata ad essere nata in quel quartiere, uno dei tanti degradati della periferia di Napoli, dove il degrado non è la colpa ma contribuisce a creare situazioni come questa, perché figlia del degrado è per esempio l’omertà e l’indifferenza a tutto e a tutti, che sono forse le principali cause di questa orribile vicenda. Indifferenza ed omertà che molti dicono essere i mali dei nostri giorni ma che a Napoli assumono dimensioni gigantesche. A Napoli tutti sanno tutto, perché si parla con il vicino, si vive in strada e ognuno si fa i fatti degli altri. Quindi sicuramente tutti sapevano che lì c’era un orco che violentava i bambini, come del resto sta venendo fuori dalle indagini, grazie anche alle intercettazioni ambientali. Pochi giorni dopo quel tremendo assassinio, l’inviato della trasmissione “Chi l’ha visto”, intervistava un’anziano signore seduto davanti al palazzo, il quale diceva “‘a piccerella l’hanna vuttata abbasce“. I genitori della piccola non potevano non sapere. Semplicemente è prevalsa l’indifferenza. Come spiegare altrimenti che il papà di Antonio Giglio, l’altro sfortunato bambino precipitato anch’egli a soli 3 anni da quel maledetto appartamento, sia andato per la prima volta al cimitero da suo figlio dopo soltanto tre anni dalla morte? Ma il caso di Fortuna non è purtroppo isolato. Esso riporta alla  mente almeno altri due casi agghiaccianti accaduti in quella sfortunata terra. Sembra passato un secolo e nessuno più ne parla ma sono accaduti soltanto due decenni fa. Silvestro Delle Cave era un bambino di soli 8 anni quando l’8 novembre 1997 sparisce nel nulla a Roccarainola. Dopo una settimana vengono fermati dai Carabinieri tre persone. Andrea Allocca, pensionato settantenne, suo genero, Pio Trocchia, e il cognato di quest’ultimo Gregorio Sommese. Messi sotto torchio, i tre confessano e fanno emergere un quadro terrificante. Silvestro veniva violentato a turno da tutti e tre quasi ogni giorno, in cambio di pochi spiccioli per i videogiochi e qualche caramella. Tutto era iniziato con uno scherzo. Silvestro si divertiva a suonare i campanelli delle case e scappare. Sua sfortuna è stata di suonare al campanello sbagliato, quello di Andrea Allocca, il quale lo insegue inveendo contro di lui. Il bambino allora impaurito si mette a piangere e si blocca. Allocca, con la scusa di perdonarlo, lo porta a casa sua. E’ l’inizio dell’inferno. Un giorno però Silvestro dice basta e minaccia di raccontare tutto a suo padre. E’ la sua condanna a morte. Gli danno una bastonata in testa, lo fanno a pezzi con una roncola e lo bruciano. Questo almeno racconteranno i tre agli inquirenti. Invece, i resti del piccolo verranno trovati in una valigia soltanto otto anni dopo, il 12 aprile 2005, in una casa a poca distanza dal luogo dell’omicidio, durante i lavori di ristrutturazione. Tutti condannati, Allocca muore in carcere qualche mese dopo, Trocchia deve scontare un ergastolo mentre Sommese viene condannato a 9 anni, che sono già passati, ed oggi è un uomo libero. Sempre nel 1997 viene alla luce un altro fatto, forse il più terrificante. Tre bambini, tra i 5 e i 7 anni, vengono violentati dai bidelli ed altre persone in una scuola del rione dei Poverelli a Torre Annunziata. Il racconto che ne emerge farebbe impallidire il regista di un film horror. I bambini vengono ubriacati e drogati e incatenati a dei pannelli. Le violenze vengono inoltre riprese da un fotografo per la produzione di materiale pedo-pornografico. Finché uno dei bambini si confida con la madre, che già aveva notato dei strani segni alle caviglie e ai polsi. Così viene fatta denuncia e parte l’indagine. Non senza ostacoli, all’inizio anzi fu subito archiviata dai magistrati per insufficienza di prove. Ma, grazie alla tenacia della donna, a cui se ne aggiungeranno altre due, e ai Carabinieri, viene fuori tutta la vicenda e si individuano i responsabili. Pasquale Sansone, bidello della scuola, e Michele Falanga, titolare di un bar, vengono condannati rispettivamente a 15 e 13 anni, pena che non riescono a scontare perché scarcerati per decorrenza dei termini ma che poi hanno scontato veramente essendo stati uccisi in due diversi agguati a pochi giorni dalla scarcerazione. Dopo sette anni, nel 2004, arrivano altre dieci condanne definitive, tra le quali quelle di quattro donne, con pene da 2 a 11 anni di reclusione. Ma la storia ancora non era finita, mancava ancora un tragico epilogo. Nel marzo dello stesso anno, Matilde Sorrentino, una delle madri coraggio che aveva denunciato, viene barbaramente uccisa sull’uscio di casa da un delinquente che le sparava in faccia. Costui era uscito dal carcere appena un mese prima, dopo aver scontato una pena a nove anni per un altro omicidio. Matilde doveva essere punita per aver avuto il coraggio di denunciare. L’esecutore, Alfredo Gallo, è stato condannato all’ergastolo.

Perchè un blog

Da sempre appassionato di scrittura, ho iniziato a circa 20 anni a collaborare con giornali e televisioni locali. Sono giornalista pubblicista dal 2007 (tessera n. 124036) e, nel tempo libero (faccio altro per campare), collaboro ancora con qualche giornale. Il blog mi da però la possibilità di scrivere quello che voglio, quello che più mi piace, di approfondire temi che per argomento o lunghezza non trovano spazio sui giornali, con anche quella libertà in più. Insomma un’informazione a modo mio, principalmente sotto forma di editoriali, che cercherà però, pur con maggior libertà di dire quello che penso, di mantenere la sua funzione principale: informare con obiettività e argomentazioni.