Mala giustizia, il caso di Mario Caizzone

togheAncora non riesce a trattenere le lacrime, Mario Caizzone, quando pensa a quel 22 aprile del 1994, in una caserma milanese, dove gli comunicano che è in stato d’arresto, da innocente, e gli concedono soltanto di avvisare telefonicamente gli anziani genitori che sono in Sicilia. La storia di Caizzone ha dell’incredibile, anche se comune a tante altre di mala giustizia che emergono sempre più. Egli è un giovane commercialista siciliano alla fine degli anni 80 quando approda a Milano con tutto il carico di speranze di un giovane di provincia che arriva nella grande città e allora più di oggi Milano rappresentava il sogno di molti. Subito ingrana e la sua attività nel giro di pochi anni prende il volo, con anche alcuni importanti clienti, tra i quali, il Gruppo Imprenori di Abbiategrasso, che di lì a poco sarebbe fallito. Nel 1993 il gruppo è oggetto di una verifica da parte della Guardia di Finanza e i soci, Nosotti e Rivolta, chiedono al commercialista di seguire la verifica. Da subito i militari “mi hanno formulato una richiesta di denaro per addomesticare la verifica”, ricorda Caizzone nelle sue memorie, che respinge la proposta e informa i vertici societari, invitandoli a denunciare l’accaduto. E’ la sua condanna a morte, da quel momento entra in un calvario giudiziario che durerà 20 anni. Resterà da solo a combattere contro le istituzioni mentre colleghi e vertici aziendali coinvolti optano per la linea “tiepida”. Con risvolti incredibili, kafkiani. Caizzone viene arrestato (arresti domiciliari) perché ritenuto sindaco e amministratore di Imprenori e di un’altra società del gruppo, ruoli che egli dice di non aver mai ricoperto, bastava fare una banalissima visura camerale, cosa che non è stata mai fatta. Il professionista denuncia da subito il tentativo di concussione delle fiamme gialle ma i magistrati non se ne curano, le mie “dichiarazioni – dice – non vengono considerate e spesso neppure verbalizzate”. Nel 1995, dopo diverse richieste di essere sentito andate a vuoto, il commercialista messinese decide di presentare formale denuncia, sia contro i finanzieri che contro i magistrati che non avevano raccolto e verbalizzato le sue denunce. Conseguenza: viene rinviato a giudizio per calunnia, sia a Milano che a Brescia (da cui poi verrà assolto). Solo nel 1998, ben cinque anni dopo l’arresto, ottiene il primo interrogatorio, che chiedeva inutilmente dal primo momento, e riesce a dimostrare di non essere mai stato sindaco della Salvit Spa, l’altra società del gruppo, come invece era riportato in alcuni verbali della GdF e del Pm. Rinuncia inoltre all’udienza preliminare chiedendo il giudizio immediato, mentre gli altri imputati sceglievano il patteggiamento. Ma nel 2005, dodici anni dopo, arriva la sentenza di primo grado che incredibilmente lo condanna a tre anni di reclusione per essere stato sindaco della Imprenori. Stesso scenario nel procedimento per fallimento, seguito dal curatore Giuseppe Ugo. Il commercialista cerca in tutti i modi di farsi interrogare per spiegare i fatti ma il curatore non lo ha mai ascoltato – come si legge in una deposizione che lo stesso rende avanti il Tribunale di Milano – ritenendolo superfluo. Nel 2010 tutti i reati contestati vanno in prescrizione ma Caizzone rinuncia alla prescrizione e chiede di essere giudicato nel merito. Segue sentenza d’appello del marzo 2011, che conferma la condanna in primo grado per essere stato sindaco delle società fallite. Il calvario continua. Il professionista non si arrende, fa ricorso in Cassazione, che rinvia alla Corte d’Appello la quale, finalmente, lo assolve da tutte le accuse. “Solo il 21 marzo 2014 – ricorda – sono riuscito, dopo 21 anni, a riavere il certificato penale immacolato ma ormai la mia vita era distrutta”. La storia di Mario Caizzone dimostra purtroppo come la burocrazia si sia impossessata anche del sistema giudiziario, le vicende umane sono trattate come un numero, una pratica burocratica da mettere a posto per passare ad un’altra. “Al primo interrogatorio – ricorda Caizzone – penso adesso chiarisco tutto ma dopo neanche un’ora mi dicono che sono stanchi e che vogliono andare a casa dalle loro famiglie, il pm mi dice non si preoccupi vedrà che nei prossimi giorni la chiamerà il gip e lei spiegherà tutto”. Passa un’altra settimana e viene convocato dal Gip. “Mi siedo, parte l’interrogatorio, arriva una telefonata e il giudice mi dice che deve chiudere il verbale perché deve andare ad un funerale a Genova. Mi dice non si preoccupi, tra qualche giorno ci sarà un altro gip e lei potrà spiegare tutto”. Intanto c’è il danno d’immagine. “Erano già passati quindici giorni e io non potevo parlare con nessuno, solo con il mio avvocato. Il 4 agosto mi revocano i domiciliari, torno in ufficio e trovo la desolazione più totale, avevo perso tutti i miei clienti”. Caizzone vuole però dimostrare la sua innocenza e chiede più e più volte di essere interrogato ma nessuno lo chiama. “Io continuavo a chiedere sempre di essere sentito ma tutti mi dicevano non si preoccupi, vedrà, la giustizia deve fare il suo corso, e intanto gli anni passavano”. Nel 1995 decide allora di denunciare e, quando ne riceve in compenso due processi per calunnia, “lì ho capito in che situazione mi ero andato a cacciare, a chi avevo dato fastidio, lì capisco che stavo parlando del sistema bancario, come facevano queste banche ad avere questi finanziamenti, come funzionava il sistema delle verifiche della guardia di finanza e nessuno ne voleva parlare”. Quando viene finalmente interrogato, nel 1998, ben cinque anni dopo, “lì trovai gli stessi finanzieri che avevo denunciato, che mi interrogavano insieme al pm. Cerco di spiegare in tutti i modi ma il magistrato mi dice non si preoccupi, all’udienza preliminare chiarirà tutto, e finisce l’interrogatorio. Eravamo a febbraio – continua Caizzone nella sua ricostruzione – aspetto fino a dicembre poi chiedo che venga fissata l’udienza. Bene, il processo sapete quando è iniziato, nel 2002, e sono passati altri quattro anni. E al processo sapete cosa mi dicono, chiedi il patteggiamento, tanto lo stanno chiedendo tutti e a te lo danno gratis, hanno deciso così”. Ma nel processo deve subire ancora delle angherie. “Parte il processo e la prima cosa che dice il pm è che l’imputato Caizzone ha cercato di rovinare le famiglie dei finanzieri e dei magistrati. Durante il processo, perfino i clienti e i colleghi testimoniarono contro di me. E lì capisco che non era il processo contro la Imprenori ma contro Caizzone, che voleva chiarire il comportamento della banche, della guardia di finanza, della curatela fallimentare”. Una nota positiva di tutta la vicenda è l’assoluzione in primo e secondo grado nel processo per calunnia, segno che le cose raccontate su finanzieri e magistrati avevano fondamento. Dopo questa esperienza Mario Caizzone matura la decisione di creare un’associazione, AIVM, Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia, per aiutare gratuitamente chi si dovesse trovare in una situazione analoga. “Quando ti capita una cosa del genere non c’è nessuno a cui potersi rivolgere”. E i numeri parlano da soli: dal 2012 ad oggi hanno contattato l’associazione cinquemila persone e sono stati presi in carico tremila casi.

(In)Giustizia per Tiziana

tiziana-cantoneSi dice sempre che le sentenze vanno rispettate. Spesso però le sentenze lasciano l’amaro in bocca. Come nel caso di Tiziana Cantone. La condanna a 20 mila euro di risarcimento ai colossi del web, seppur giuridicamente ineccepibile – dicono gli esperti – non può non destare più di una perplessità. Ma come, ci si chiede, Tiziana è la vera danneggiata, perché i suoi video sono stati diffusi dai siti internet e Tiziana deve anche pagare loro i danni? Tra l’altro deve pagare la stessa cifra che è stata chiesta ai colossi? A sostenere che la sentenza sia giuridicamente corretta è per esempio Elisabetta Garzo, Presidente del Tribunale di Napoli Nord, che, a La Repubblica dice: “Nei confronti di alcuni siti internet è stata ritenuta soccombente perché in sede civile la domanda non può essere proposta in maniera non precisa. Ad esempio, per quanto riguarda Yahoo, è stata rivolta nei confronti di Yahoo Italia che non è responsabile del controllo e quindi non è stata accolta. Nel momento in cui il ricorrente è soccombente, viene condannato alle spese […]. L’unico oggetto della domanda era la rimozione dai siti della pubblicazione delle immagini. In sede di urgenza non si chiede il risarcimento”. Avete capito? Tiziana è stata condannata a risarcire 20 mila euro non perché fosse colpevole di qualcosa ma per un mero errore tecnico del ricorso, il suo avvocato ha cioè semplicemente sbagliato a citare Yahoo Italia – che per il giudice non era colpevole della diffusione delle immagini – e, in automatico, per il principio di soccombenza, ha dovuto pagare le spese. Un semplice errore formale, la citazione di un soggetto che non doveva essere citato, ed ecco che la giustizia ti trasforma da vittima in colpevole. Ma la cosa ancora più incredibile è la motivazione con la quale il giudice respinge in parte la richiesta di Tiziana di diritto all’oblio: “non si ritiene che rispetto al fatto pubblicato sia decorso quel notevole lasso di tempo che fa venir meno l’interesse della collettività alla conoscenza della vicenda”. L’interesse della collettività alla conoscenza della vicenda? Ma quale sarebbe l’interesse della collettività verso le scelte sessuali di una cittadina comune? L’interesse della collettività ha un senso per una persona che rivesta un ruolo pubblico (es. un politico) oppure per un privato ma che ha un ruolo delicato (si pensi ad un educatore che si scopre avere attenzioni sessuali verso i ragazzini). Qui l’unica collettività interessata è l’universo maschile, ma non per un diritto all’informazione, solo per il suo connaturato e sfrenato voyeurismo. Appare incredibile come il giudice non abbia considerato la priorità del diritto alla privacy, tanto più che Tiziana chiedeva ai pm di bloccare la diffusione, quindi era chiara la sua volontà di tutela della riservatezza. Insomma, il sospetto forte è che ancora una volta siamo di fronte ad una giustizia burocratica, impersonale, seppur formalmente corretta, che diventa un muro di gomma, e non è escluso possa aver giocato un ruolo nella già fragile psicologia di Tiziana. Certo questa vicenda spinge però anche verso un’altra riflessione, la superficialità con cui le donne si approcciano alla loro privacy quando sono nell’intimità. Tiziana si faceva filmare con più uomini ed era stata lei stessa ad inviare i video addirittura a uomini che non aveva mai conosciuto di persona. Troppe storie di donne, soprattutto ragazzine (e Tiziana non lo era più) che cedono alla tentazione, tutta maschile, di filmare le proprie prestazioni sessuali. Un atteggiamento innaturale per una donna e una leggerezza imperdonabile, poiché con le nuove frontiere del web tutti sanno può significare una diffusione inarrestabile. P.s. Ai funerali di Tiziana non c’era nessuno. In genere questi episodi di cronaca attirano l’attenzione della gente e i funerali sono sempre delle folle oceaniche. Nelle immagini pubblicate su Repubblica.it  sono più i giornalisti che amici e parenti. Si può solo immaginare quanto Tiziana fosse sola nella vita.